ROAD TO SUPERNOVA, MANITOBA: TRA HOLLYWOOD E POMPEI C’È DAVID BOWIE

Prosegue con i Manitoba la rubrica sui protagonisti della rassegna musicale indipendente in scena, dal 21 al 25 aprile, in piazza delle Feste al Porto Antico
GENOVA – La naturalezza di due bambini nel giocare in spiaggia riportata, qualche anno più tardi, in musica. Filippo Santini e Giorgia Rossi Monti si conoscono da una vita, ma non hanno mai perso la semplicità delle gite al mare, anzi: riescono a tradurla, con disinvoltura, in testi trasversali e ritmi variopinti. I due, ora duo, sono i Manitoba, vengono da Firenze e sono pronti a sbarcare, mercoledì 25 aprile a fianco degli Eugenio in via di Gioia, al Supernova Festival del Porto Antico.
Filippo, il 9 marzo è uscito il vostro album d’esordio: “Divorami”. Com’è nato il progetto Manitoba e qual è stato il percorso che vi ha portato fino a qui?
«I Manitoba sono nati nel 2015, anche se ci conosciamo da quando siamo piccoli: io e Giorgia andavamo al mare insieme. Ci siamo rincontrati dopo tanti anni, e da lì e venuto naturale iniziare a suonare insieme. Io ho iniziato a farla cantare, e lei mi ha convinto a suonare di più la chitarra».
Avete iniziato la vostra carriera come duo acustico, poi si è aggiunto come produttore Samuele Cangi. Che valori ha portato?

La copertina di “Divorami”. Credit manitobaofficial.it
«Abbiamo proposto più volte a Simone di diventare il terzo componente, ma ha sempre preferito mantenere la posizione del produttore. È un musicista eccezionale, sa suonare qualsiasi strumento. Per noi è stato ed è fondamentale, ci ha dato un suono molto vicino ad Arctic Monkeys e Tame impala».
Inizialmente “Hollywood Pompei”, il singolo il cui video è uscito il 28 marzo, doveva chiamarsi “David Bowie”. Dove possiamo trovare il Duca Bianco nel pezzo, nell’album e nella vostra vita?
«È ovunque, il nostro artista preferito: ha ispirato e ispirerà ancora tantissimi artisti. Bowie è stato il capostipite di uno stile di musica innovativo, con la grande capacità di ignorare tutte le critiche che gli piovevano addosso. Il protagonista di “Hollywood Pompei” vuole essere un novello Bowie, che si svicola dai bigotti».
Il video di “Hollywood Pompei”
Del video di “Hollywood Pompei” dite «la canzone parla di voglia di libertà e amore per la diversità. Il video ancora di più». Cos’ha saputo aggiungere al pezzo?

I Manitoba. Credit Claudia Pajewski
«La canzone è già chiara di sua, ma conserva una certa cripticità. Il video è più esplicito, mostrando con le immagini quello che volevamo dire. Racconta la storia di un ragazzo che soffre perché non va bene alla gente, almeno secondo lui. Alla fine, trova il modo di redimersi con la sua idea di arte e libertà che, in fondo, è rimasta immutata».
Sia in “Glaciale” («in questo deserto scalpiti per esser vera»), sia in “Hollywood Pompei” (nel ritornello), ritorna il concetto di “esser vera”. Cosa vuole significare?
«È vero, non ci avevo fatto caso. Non è fatto apposta, ma è come se inconsciamente ci sentissimo in una generazione che manca di autenticità. Se poi aggiungiamo i social network e il web in generale, la situazione non migliora. A parte questo, scrivendo discutevamo spesso su quanto sia complicato essere sé stessi. Ci piace l’idea di comporre canzoni per dire alla gente di essere come vogliono essere, senza farsi troppi problemi: essere veri non è mai così semplice».
La verità, quella più segreta, la ritroviamo anche in “Aida&Mellotron”. In che modo si incontrano uno strumento degli anni Sessanta e un’opera dell’Ottocento?
«All’inizio doveva chiamarsi solo “Aida”, ma non parla dell’opera di Giuseppe Verdi. Racconta la storia vera di una bambina, nata con una rara malattia genetica agli occhi. Abbiamo preso spunto da “Fiorellino”, racconto del padre sul blog Astronauta Perduto. “Aida&Mellotron” è dedicata a lui, alla sua forza di andare avanti nonostante le difficoltà. La canzone dice che «porterai con te il segreto di ciò che nessuno sa», bene o male uscirai da questa malattia, e sarai ancora più forte. Il pezzo vuole essere semplicemente la colonna sonora di quel racconto e dell’emozione di quel momento».
Alex Kapranos dei Franz Ferdinand dedica “Love Illumination” ai Manitoba
Il primo settembre 2017 avete aperto, a Empoli, i Franz Ferdinand. Vi hanno pure dedicato “Love illumination”. Che ricordi avete?
«È stato molto bello perché è stato inaspettato. Abbiamo aperto diversi gruppi, ed è quasi impossibile farsi notare. Lì, grazie a loro e grazie al loro pubblico, è stato come se fossimo noi gli headliner. La dedica è stata incredibile così com’è lo è stata la reazione delle 4000 persone, sembrava quasi ci volessero richiamare sul palco».
Oltre al già citato Bowie, quali sono le vostre influenze? Ho visto che Filippo di recente ha pubblicato un ricordo su “Requiem” dei Verdena.
«Beh, sono tra le più disparate. Per quanto mi riguarda, la più marcata è quella rock. Però ascolto tutto: sono un grande fan di Vasco Rossi del periodo di “Bollicine”. Più in generale, spazio da David Bowie ai Prodigy, passando da Paco de Lucía, un artista incredibile. Per me resta fondamentale avere un ampio raggio di ascolti, viceversa sarebbe impossibile fare qualcosa di unico».

Su Giulio Oglietti
Cresciuto tra la nebbia e le risaie del Monferrato, è a Genova dal 2013. Laureato in Informazione ed editoria, collabora con GOA da luglio 2017. Metodico e curioso, è determinato a diventare giornalista. ogliettig@libero.itUltime Notizie
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