BOBBY SOUL: “LE MIE STORIE SOTTO LE DODICI LANTERNE”

Venerdì Bobby Soul presenterà alla Claque l’album “Dodici Lanterne”, percorso attraverso la leggenda che vuole che siano dodici i fari tra Genova e Civitavecchia, e ognuno di essi illumini storie notturne
Di Giulio Oglietti
Alberto De Benedetti, in arte Bobby Soul, è una delle voci più “Black” della scena musicale italiana. Storicamente legato a gruppi cult della scena indipendente come le “Voci Atroci”, i “Sensasciou” e i “Blindosbarra” con cui registra numerosi album, si è esibito migliaia di volta in Italia e all’estero, fra cui all’Mtv Day, al concerto del Primo Maggio a Roma e a Reggio Emilia, dove ha aperto gli U2.
Nel 2008 vince l’ “Indiemusilike” con “Draghirossi & Buchineri”, accolto con entusiasmo da critica e pubblico. Dopo “73% Phunk” (2009), “Conseguenze del Groove” (2012), “Live at Mag Mell” (2013) e “L’insostenibile Leggerezza del Funk” (2015), arriva il momento delle “Dodici Lanterne”, album che sarà presentato venerdì 10 novembre alla Claque del Teatro della Tosse.
Bobby, come nasce “Dodici Lanterne”?
«Il disco è figlio di una lunga gestazione, uscito da un discorso con qualche amico a fine serata. Tra questi, un armonicista di La Spezia, che lavora in Marina Militare, mi disse che non è affatto una leggenda quella dei dodici fari attivi tra Genova e Civitavecchia. Da qui, e dalla nostra intensa attività live in quelle zone (oltre duecento date ogni anno) parte il concept di “Dodici Lanterne”: un faro che illumina luoghi e personaggi diversi, mettendo in luce le loro storie. Ogni canzone è legata a queste vicende, ispirate a ciò che io e Alessio (Blind Bonobos, chitarra) viviamo durante i concerti. Per quanto riguarda il lato musicale dell’album, manteniamo una struttura acustica, molto essenziale, che rispecchia fedelmente il nostro suono dal vivo».
Ormai calchi la scena genovese da vent’anni, cos’è cambiato in questi anni?
«Prima di tutto la mia professione, a trent’anni lavoravo in banca. Ma era inconciliabile con la vita da musicista, tornavo a casa tardissimo e poche ore dopo ero già a lavorare. A un certo punto non ho più resistito e ho deciso la follia: scegliere la passione. Non nego che all’inizio sia stato duro andare avanti, ma sono molto soddisfatto di come sono andate le cose.
Per quanto riguarda il panorama musicale, il cambiamento è stato radicale. Ai miei tempi si iniziava in gruppi formati almeno da voce, chitarra elettrica, basso elettrico e batteria, ora si predilige l’acustico. Ma non tanto per scelta di stile, quanto per adattamento agli spazi: oggi i posti in grado di ospitare band composte da quattro o cinque persone sono rarissimi. Puoi provare quanto vuoi, ma se non puoi esibirti con facilità fai fatica. La scena genovese è da sempre ricca di talenti, solo che oggi bisogna viaggiare per aver più possibilità di sfondare».
Musica, teatro, produzione: sei un artista a tutto tondo.
«Sì, da anni collaboro con Luigi Marangoni e con il Teatro Garage, per cui curo essenzialmente le parti musicali, anche se ogni tanto mi tocca recitare qualche battuta (ride, ndr). Come produzioni ho lavorato tanto con computer e sequencer, campionamenti per musica elettronica. Ultimamente, con tutti i concerti che facciamo, ho dovuto concentrarmi su altro».
Altri progetti imminenti?
«Certo, tra tutti “The Donald Sinclair Session”, il primo album della “Cosa”. Alessio e io collaboreremo con Andrea Calcagno (Tarick1) e Riccardo “Jacco” Armeni, il bassista dei Meganoidi. Il disco, già pronto, è un’interazione tra sonorità funk e house, figlie del Dj set di Tarick1. Saranno nove brani originali e una cover, uscirà a marzo».

Su Giulio Oglietti
Cresciuto tra la nebbia e le risaie del Monferrato, è a Genova dal 2013. Laureato in Informazione ed editoria, collabora con GOA da luglio 2017. Metodico e curioso, è determinato a diventare giornalista. ogliettig@libero.itMessaggi correlati
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