La tragedia pazzesca di Fantozzi prende vita sul palco del Nazionale tra riflessione, analisi critica e comicità

GENOVA – A dirla tutta la trasposizione teatrale della maschera di Fantozzi era un’impresa ardua, complessa, irta di insidie e trabocchetti. Paolo Villaggio ha inventato personaggi leggendari come lo stesso Fantozzi, Fracchia ma anche il professor Krantz, rimasti immortali nell’immaginario collettivo, riuscendo nel duplice intento di proiettare una visione cinica e spietata della società di allora e occultarla sapientemente con l’esercizio comico. Invece, in “Fantozzi una tragedia pazzesca”, andato in scena in “prima” nazionale ieri sera all’Ivo Chiesa, il processo di trasferimento sul palco funziona eccome. Merito di un Gianni Fantoni in grande spolvero, erede designato della maschera fantozziana, e di personaggi iconici che gli ruotano attorno – la signorina Silvani, il megadirettore galattico, il ragionier Filini (sul palco molto distante dal Gigi Reder organizzatore di attività ricreative), il geometra Calboni (che nel primi tre film era interpretato da Giuseppe Anatrelli cresciuto nella scuola teatrale di Eduardo De Filippo), la doppia moglie Pina e la figlia Mariangela – che si muovono alla perfezione in un gioco di incastri che sulla scena appare perfettamente congegnato. “Fantozzi, una tragedia” diretto da Davide Livermore e con drammaturgia firmata da Carlo Sciaccaluga e Andrea Porcheddu, ripropone in definitiva un ingranaggio perfettamente oliato che sfocia in un’esplosione di un mondo segnato dai padroni – quei Megadirettori Galattici e Naturali tanto simili a divinità – e da sottoposti, la “mostruosa” classe impiegatizia, approfittatrice, servile. Il Fantozzi di Villaggio oscilla tra opportunismo e cattiveria, disincanto e feroce attivismo, producendo un’amara riflessione sociologica del tempo in cui la saga è stata ambientata (inizio anni Settanta, la prima pellicola uscì nel 75). Quello di Livermore resta fedele al copione ma si adatta bene al mondo moderno.
Gli episodi riproposti sono tra quelli entrati, a pieno titolo, nel pensiero comune: si inizia con il rituale della sveglia alle 6.15 che Fantozzi “a forza di esperimenti e perfezionamenti continui arrivò a metterla alle 7.51 per timbrare il cartellino alle 8.30, vale a dire al di là della capacità umane” e il “maledetto caffè della signora Pina, tremila gradi Fahrenheit!!”. Si prosegue con la partecipazione alla cena di gala organizzata per tutti i dipendenti dalla contesta Serbelloni Mazzanti viendalmare e l’incontro con il gigante alano Ivan Il Terribile trentaduesimo “leggendario campione di caccia al Mugiko nelle steppa” che tenne Fantozzi in macchina in ostaggio per oltre due mesi, per arrivare alla mitica partita di tennis fissata alle 6 ante-lucane in un campo totalmente avvolto dalla nebbia (“Fantozzi, batti lei! Ragioniere ma mi dà del tu? No, è congiuntivo”). Ben riproposta la scena della partita di biliardo a casa del conte Diego Catellani in cui Fantozzi, finse di perdere la partita prima del famigerato “Scusi, posso fare un tiro io”. Sul palco gli attori fingono di essere palle da biliardo e il riadattamento teatrale piace. Il presunto adulterio della moglie Pina con il nipote del panettiere Cecco, “un orrendo butterato con il culo basso e l’alito tipo fogne di Calcutta”, è rivista in chiave moderna me non toglie nulla al ritmo dato alla trama. La visione della corazzata Potemkin al posto della partita Italia-Inghilterra, valevole per la qualificazione ai mondali di calcio con gli attori che fanno rivivere la scena, è il momento più alto dello spettacolo con Guidobaldo Maria Ricardelli che costringe i dipendenti alla visione della pellicola con i sottotitoli in tedesco. La frase pronunciata da Fantozzi “la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca” scatena il tripudio in sala. Il finale, sorprendente, è una riflessione sull’universo fantozziano vissuto con gli occhi dell’uomo moderno: siamo sicuri che la merdaccia sia veramente lui? Che proprio lui sia vittima della società e l’eterno perdente? Fantozzi, in fondo, ha un lavoro, nell’ufficio sinistri della Megaditta, ha una moglie e una figlia sotto sotto adora, va in vacanza…
In “Fantozzi, una tragedia”, non mancano, ovviamente, i simboli iconici che l’hanno reso celebre: la nuvola da impiegati, l’immancabile “matricola 7829/bis”, l’intramontabile “Megaditta”. “Fantozzi, una tragedia”, è uno spettacolo teatrale “mostruoso” in cui tragedia e comicità, riflessione e cinica accusa, si mescolano alla perfezione facendo rivivere sul palco di un teatro il genio di Paolo Villaggio. Ma sì forse, anche lui, gli avrebbe dedicato 92 minuti di applausi.
Lo spettacolo resterà in scena all’Ivo Chiesa fino all’11 febbraio.

Su Tomaso Torre
Giornalista pubblicista dal 2003, è fondatore e direttore responsabile di GOA Magazine. Appassionato di arte, cultura e spettacoli ha collaborato per anni con diverse testate locali occupandosi di cronaca ed attualità, sport e tempo libero. “Ho sempre coltivato il sogno di realizzare un prodotto editoriale dinamico e fluido che potesse rispondere alle esigenze informative di un pubblico sempre più competente ed avanguardista”.Ultime Notizie
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